Il saluto a Simonetta Salacone, preside di frontiera

Il saluto a Simonetta Salacone, preside di frontiera

All’età di 73 anni è scomparsa giovedì 26 gennaio Simonetta Salacone,  dirigente fino a al 2010 dell’Istituto Iqbal Masih nella periferia romana, una scuola pilota già negli anni 90 per l’integrazione di immigrati, nomadi e bambini svantaggiati. In quella scuola molti bambini rom, che provenivano dallo sterminato campo di Casilino 700 (allora il più grande d’Europa poi smantellato), furono accolti, istruiti, integrati e resi parte di una comunità ampia e accogliente. Simonaetta trasformò una scuola  materna-elementare di periferia in un laboratorio di inclusione dove l’accoglienza veniva praticata da un corpo docente motivato: e così pian piano si sviluppò un dialogo con le famiglie del campo, i bambini rom cominciarono a frequentare le aule della Iqbal Masih, a prendere parte ai progetti a scoprire la scuola. Ancora nella scuola e’ attivo il coro multietnico “Sesta voce”. Ora il campo non c’e’ ma lo spirito di Simonetta Salacone resta ancora nella sua scuola, dedicata non a caso ad un ragazzo pakistano simbolo dello sfruttamento minorile. Ci piace ricordarla riportando quello che consideriamo il suo testamento spirituale: una lettera aperta pubblicata nel 2011 dal quotidiano La Repubblica, manifesto per una scuola pubblica senza barriere.

“Ho lavorato per 43 anni nella scuola di Stato, prima come docente di scuola elementare, poi, per 21 anni, come direttrice didattica e, per i restanti 10 anni, come dirigente scolastica in scuole della periferia romana.
Ho anche svolto, per incarico del Ministero, per cinque anni, il compito di Presidente dell’Istituto Regionale per la Ricerca la Sperimentazione e l’Aggiornamento Educativo (IRRSAE) del Lazio. Ho fondato, con colleghi dirigenti e docenti degli istituti di Roma Est una Rete di circa trenta scuole, tuttora viva ed operante, per favorire la continuità fra ordini e gradi di scuola, per promuovere l’innovazione, la pratica della ricerca didattica e la diffusione di esperienze educative efficaci. Ho diretto una scuola a tempo Pieno della periferia romana a cui le amministrazioni locali e tanti genitori si sono rivolti, sia per la qualità dell’offerta formativa che per la disponibilità ad affrontare situazioni problematiche (disabilità, disagio sociale, integrazione di migranti).

Ho tutte le carte in regola per giudicare l’impegno che le docenti e i docenti profondono quotidianamente per educare i bambini e i giovani loro affidati, utilizzando la cultura disciplinare, le competenze psico-pedagogiche, le personali attitudini alla relazione di ascolto e cura. Ritengo che non si debba permettere ad uno screditato presidente del Consiglio un giudizio pesantemente offensivo verso l’Istituzione alla quale la Costituzione affida il compito di formare cittadini, competenti, critici, aperti, collaborativi. Nella scuola di tutti, quella statale, operano in piena libertà culturale, docenti di diversa formazione e provenienza culturale, i quali non “inculcano valori”, ma educano, istruendo e trasmettendo saperi disciplinari, con l’unico orizzonte valoriale che accomuna tutti: quello contenuto nella prima parte della Costituzione italiana, dove sono definiti i Principi fondamentali su cui si fonda la Repubblica democratica.

Nella mia lunga esperienza professionale ho sperimentato che i docenti migliori sono quelli che sanno accogliere le diversità, mettersi in discussione, confrontarsi collegialmente, senza nascondere le proprie idee, ma anche senza imporle come verità assolute a colleghi e alunni. Nella scuola di Stato, quella aperta a tutti, c’è posto, laicamente, per opinioni, idee e anche fedi diverse. Niente è assoluto, se non il valore dell’uguaglianza dei cittadini e la loro” pari dignità, sociale di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali” (art.3). Poiché “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”(art. 33) ogni docente sa che non deve trasmettere certezze dogmatiche.

La conoscenza è aperta a tutte le possibili scoperte. Apprendere deve voler dire anche mettere in crisi precedenti certezze perché è così che si cresce, senza paura di confrontarsi con il nuovo e il non ancora conosciuto. Una buona scuola aiuta bambini e adolescenti a confrontarsi con idee e culture diverse, a incontrare altre narrazioni e miti fondanti diversi da quelli della cultura a cui si appartiene, a trovare, attraverso lo studio e la ricerca, nuove e sempre più efficaci risposte alle domande che la complessità del mondo richiede. I docenti e le docenti migliori sono quelle e quelli che, senza nascondere le proprie convinzioni, operano con onestà intellettuale, confrontandosi con chi la pensa in modo diverso e ponendo le proprie opinioni come risposte possibili e personali, ma mai assolute.

Nessun docente capace ed onesto “inculca” idee negli alunni. Nella mia lunga esperienza professionale ho potuto apprezzare l’impegno e la libertà di pensiero di tanti insegnanti credenti, non credenti, di diversa formazione culturale e politica, più o meno impegnati nel sociale, tutti, però consapevoli della ricchezza che solo il pluralismo delle idee porta nella crescita culturale della società e dei giovani in formazione. Con i tantissimi docenti preparati, colti e professionalmente capaci di interrogarsi criticamente e anche di discutere animatamente su temi educativi e su riforme ho avuto splendidi rapporti professionali. Non ho stimato quelli, per fortuna rari, che nascondono le proprie idee dietro un comodo e pigro conformismo, o che, per piaggeria o per desiderio di carriera, si adeguano alle idee dell’autorità del momento o rispondono, come servi sciocchi, alle richieste delle famiglie che, perché pagano, si assumono il ruolo di “datrici di lavoro”.

Mai la scuola “azienda” , diretta da “consigli di amministrazione” e condizionata da impostazioni ideologiche predefinite sarà più libera della Scuola di tutti. Prego tutti i genitori che hanno fatto l’esperienza della ricchezza della scuola di tutti e che per i propri figli hanno scelto una scuola “libera” e non condizionata da indirizzi confessionali o ideologici di far sentire la propria voce e di spiegare al nostro presidente del Consiglio che si fregia di essere un “liberale” che la scuola pubblica statale è scuola di democrazia e di pluralismo e che la partecipazione sociale è la condizione che ne garantisce la funzione sociale e la libertà”.

Simonetta Salacone, 1° marzo 2011

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